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Agostino Di Bartolomei, il campione dimenticato

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Il calcio non è solo notizie dell’ultima ora e bombe di mercato. E’ una passione che si intreccia con la nostra storia. Con questo articolo continua la collaborazione con Coast2Coast, un blog di giovani appassionati che annodano i fili dello sport a 360° e amplia lo sguardo di paolobargiggia.it sulle “storie” del calcio. Il quattordicesimo appuntamento vi racconta di Agostino di Bartolomei, l’eroe dimenticato.

Coast 2 coast

Lo scorso 30 maggio cadeva il ventisettesimo anniversario della morte, suicida, di Agostino Di Bartolomei. L’ex giocatore di Roma e Milan è stato uno dei migliori centrocampisti italiani degli anni ’80 ma è stato progressivamente dimenticato dalla gente.

Descrivere Agostino Di Bartolomei

Per descrivere Ago, come veniva chiamato dai tifosi romanisti, è molto semplice, basta riprendere le parole pronunciate dopo Roma-Milan del 24 Febbraio 1985 (episodio sul quale torneremo tra poco): “Io non sono mai stato polemico in vita mia, non vado mai a cercare polemiche. Sono un uomo tranquillo e un bravo ragazzo”.

Una persona seria e tranquillaall’apparenza introversa e malinconica ma, a detta di familiari e amici, affettuosa, dolce, scherzosa e sensibile. Ma il mondo interiore di Ago era sicuramente più complesso di quello che lui dava a vedere esternamente e ciò, probabilmente, lo ha portato a commettere il suo suicidio.

Una vita per la Roma

Nato nel 1955, a soli 14 anni, entra nel settore giovanile della Roma. A notarlo è Camillo Anastasi, abile nello scovare talenti nei campetti della periferia romana. Con i giallorossi farà tutta la trafila delle giovanili (con la primavera vincerà anche due scudetti consecutivi nel ’73 e nel ’74) fino ad esordire in Serie A, il 22 aprile del 1973 a San Siro, in una partita contro l’Inter. Dopo pochi mesi arriverà anche il primo gol in Serie A: il 7 Ottobre 1973 segna nel 2-1 rifilato al Bologna. Ma, soprattutto, nel corso di quella stagione arriva sulla panchina dei giallorossi Niels Liedholm.

Lo svedese ne apprezzava le doti tecniche e tattiche, e lo definì da subito “un capitano”. L’allenatore si fida ciecamente del ragazzo, allora poco più che diciottenne, e gli farà collezionare 15 presenze nella sua prima stagione tra i pro. Capisce che il ragazzo ha potenziale e ha bisogno di continuità per esprimerlo, per questo lo cede in prestito per una stagione al Vicenza. In B si afferma definitivamente, colleziona 37 presenze e 5 reti e ritorna a Roma, ma stavolta come pedina fondamentale nello scacchiere giallorosso.

Dal 1976 al 1980 scende in campo ben 124 volte con la casacca giallorossa mettendo a segno 37 reti, frutto anche di punizioni e rigori micidiali: i calci da fermo, infatti, li batte tutti Ago. Vince, inoltre, proprio nel 1980, la Coppa Italia.

Gli anni da capitano

Nel 1981, a 26 anni, 12 dei quali passati nella Roma, corona il sogno di indossare la fascia da capitano dei giallorossi. La rosa dei capitolini quell’anno è stratosferica, oltre Ago ci sono campioni come Falcao, Pruzzo, Conti, Ancelotti e Benetti. L’obiettivo è chiaro: riportare il tricolore a Roma. Non ci riescono subito, arriveranno secondi alle spalle della Juve, ma si consoleranno con una Coppa Italia.
La stagione 82/83 si rivelerà amara: la Roma arriva terza in campionato e Di Bartolomei non viene convocato da Bearzot al Mundial di Spagna 1982.

Il colpo psicologico è fortissimo ma il destino aveva in serbo alcune carte per riportare il sorriso ad Agostino. Il patron Viola rinforza la rosa con i difensori Michele Nappi, Aldo Maldera e Pietro Vierchowod e il centrocampista austriaco Herbert Prohaska e il barone Liedholm ha un’intuizione tattica geniale: Ago giocherà da libero. In questo modo, il capitano giallorosso non solo potrà dare un grosso contributo in difesa ma, riuscirà a impostare meglio il gioco perché più libero dalla marcatura avversaria. Queste mosse di rivelano azzeccatissime e dopo 41 anni la Roma tornerà campione d’Italia.

Il maledetto 30 maggio 1984

Il successo qualifica per la prima volta i capitolini in Champions League. Le aspettative sono alte, anche perché il 30 maggio la finale della coppa sarà all’Olimpico di Roma. La cavalcata europea della Roma nella stagione 83/84 è trionfale: in semifinale la Roma ribalta il 2-0 dell’andata subito per mano degli scozzesi del Dundee con un secco 3-0. Le reti portano le firme di Pruzzo (doppietta) e del capitano Di Bartolemei su rigore. Arriva così il 30 maggio 1984, davanti al suo popolo la Roma vivrà la notte più importante della sua storia.

Contro non hanno il migliore degli avversari: il Liverpool già vincitore di 3 Coppe Campioni e alla ricerca della quarta. I Reds passano subito in vantaggio con il capitano Neal dopo 14 minuti. Il pareggio romanista è siglato da Pruzzo al 43‘. Il risultato resta fisso sull’1-1 fino ai tempi regolamentari e poi fino ai supplementari: si andrà ai rigori. Batte per primo il capitano: Ago calcia centrale ma di potenza, sfonda la rete e porta in vantaggio la Roma. Purtroppo, però, gli errori di Conti e Graziani consegnano la Coppa, per la quarta volta, agli inglesi.

Il patron giallorosso opta per la rivoluzione e allontana Liedholm per un altro svedese: Sven Goran Eriksson. La prima decisione del nuovo allenatore è cedere Agostino Di Bartolomei, il capitano è ritenuto troppo lento per il suo gioco. Ago, come sempre, non dice una parola, fa le valigie e saluta la sua Roma dopo ben 17 anni per raggiungere il barone Liedhom al Milan.

Gli ultimi anni da calciatore

E ritorniamo dunque al 24 Febbraio 1985. In quel giorno infatti Di Bartolomei tornò per la prima volta da avversario nel suo stadio Olimpico. I rapporti tra l’ex capitano e i tifosi giallorossi non sono più idilliaci, anzi sono ai minimi termini. Il 14 ottobre 1984 infatti, si giocò la partita d’andata, Milan-Roma. Finì 2-1 e uno dei due gol dei rossoneri arrivò proprio da Ago. L’esultanza rabbiosa, prabobilmente rivolta al patron Viola, colpevole di averlo allontanato dalla sua Roma venne vista dai tifosi capitolini come un tradimento.

Il 24 Febbraio dunque Di Bartolomei torna all’Olimpico in un clima per nulla amichevole. Il mediano si rende protagonista di un durissimo intervento sull’ex compagno e amico Bruno ContiCiccio Graziani non ci vede più e scatena una furiosa lite in campo, che verrà poi commentato con le parole sopra riportate, ai microfoni di Giampiero Galeazzi.

A Milano trascorrerà in tutto 3 anni, l’arrivo nel 1987 di Arrigo Sacchi lo porterà a salutare i rossoneri per approdare al Cesena. Trascinerà i bianconeri ad una tranquilla salvezza e ad un buonissimo nono posto. Dopo un solo anno in Emilia-Romagna decide di trasferirsi ancora e giocare la sua ultima annata da professionista in Serie C con la maglia della Salernitana. Da capitano, trascinerà i campani alla prima promozione in Serie B dopo 23 anni per poi appendere gli scarpini al chiodo.

Dopo il ritiro

Dopo il ritiro decide di restare in Campania, a Castellabate, città natale della moglie. Qui apre una scuola calcio per bambini, a riguardo dichiarò: “A me piacerebbe che i ragazzini imparassero da piccoli ad amare il calcio, ma non prendendo a modello alcuni dei miei capricciosi colleghi”. Chiaro come voglia insegnare ai bambini non solo i fondamentali tecnici e tattici del calcio, ma anche la serietà, la costanza, l’impegno e l’umiltà che questo sport richiede per arrivare al massimo.

Ma anche questa sua nuova vita verrà colpita più volte dalla delusione: il suo mentore Liedholm verrà più volte invitato a partecipare alle attività della scuola calcio, ma non potrà mai andare. La regione Campania più volte gli negherà i finanziamenti richiesti per migliorare la sua scuola e renderla un fiore all’occhiello della regione. Ma la delusione più grande arriva ancora dalla Roma, la sua Roma.

In quegli anni scrive lettere alla dirigenza della Roma per dare consigli su come gestire al meglio lo spogliatoio, per come fare crescere i giovani, Dietro queste lettere c’è una velata richiesta, non scritta, ma intuibile: vuole tornare alla Roma in veste di dirigente. Tuttavia, Ago non vuole chiedere, non è nel suo carattere. Spera che sia la Roma a fare il primo passo ma, anche in questo caso, nulla di fatto.

Il suicidio di Agostino di Bartolomei

Purtroppo arrivò il 30 maggio 1994. A dieci anni esatti da quella tragica finale di Coppa dei Campioni Agostino Di Bartolomei decise di farla finita. Si diresse nel suo studio, dove deteneva una Smith e Wesson calibro 38 se la puntò al cuore e premette il grilletto. Per giustificare il gesto lasciò un bigliettino che recitava: “mi sento chiuso in un buco“. Tuttora non sappiamo con precisione a cosa si riferisse: c’è chi parla di finanziamenti andati male, c’è chi dice non riuscisse a superare la delusione per la finale di 10 anni prima e chi invece sostiene che si riferisse al mondo del calcio, un mondo che dopo ben 18 anni passati sui campi gli aveva chiuso tutte le porte.

Il ricordo di Agostino Di Bartolomei

Purtroppo per Agostino Di Bartolomei la sua storia è caduta presto nel dimenticatoio. A tenerne viva la memoria ci hanno provato la Roma che il 24 febbraio 2012 gli ha intitolato il Campo A di Trigoria e il 20 settembre 2012 inserì Ago tra i primi 11 giocatori della sua Hall of Fame e Antonello Venditti. Il cantautore, tifoso giallorosso e soprattutto amico in vita del campione compose in sua memoria la canzone Tradimento e Perdono.

In conclusione ciò che fa più male dell’intera storia di Agostino Di Bartolomei è aver perso una persona speciale e non del tutto ancora compresa, è questo il vero rimpianto.

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