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L’aristocratica camiseta rojoblanca ed il Betis dei ribelli: benvenuti nel derby di Siviglia

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Betis e Siviglia, le due squadre da una storia totalmente diversa che danno vita al derby cittadino

<< Che noia la Liga, ci sono solo Real, Barcellona e Atletico >>.

Questa è probabilmente la frase più gettonata tra gli appassionati di football per descrivere il campionato spagnolo. Un vero e proprio motto. Un vero e proprio luogo comune. Come spesso accade falso. Se da una parte certamente le due superpotenze, i blancos e i blaugrana, unite al terzo incomodo Atletico (neo campione tra l’altro) dominano la scena nazionale da sempre, dall’altra non si può fare di tutta un’erba un fascio.

In ogni città spagnola possiamo trovare simpatizzanti delle tre squadre in questione. In tutte. Quasi tutte anzi. Perché nel sud della nazione iberica, nella regione dell’Andalusia, c’è una città che non ammette altre bandiere oltre a quella biancorossa e a quella biancoverde. È Siviglia. E qui o sostieni il Siviglia o il Real Betis. O semplicemente, non sei davvero appartenente alla città.

Siviglia

Il Sevilla Fútbol Club nasce nel 1890 (ma registrato solo nel 1905) per volontà di alcuni giovanissimi ragazzi di origine inglese, figli di immigrati provenienti proprio da Albione. Il calcio è appena nato Oltremanica, tanto da essere la moda del momento, con tanti club fondati nel giro di pochi anni. In Spagna non solo non è così, ma c’è anche diffidenza verso uno sport esotico e considerato “da femminucce” e “da aristocratici” vista l’assenza di pericoli mortali (stiamo pur sempre parlando della nazione patria della corrida). I giovani fondatori però non si scoraggiano: nonostante l’indifferenza (iniziale) della popolazione, il Siviglia ottiene gradualmente successo e approvazione, fino a diventare la squadra più tifata e vincente della regione.

La società biancorossa annovera nel suo palmares un campionato spagnolo, cinque coppe del Re, una supercoppa nazionale, 6 Europa League e una supercoppa europea.

Real Betis

Per parlare del Betis dobbiamo partire inevitabilmente dai loro acerrimi rivali. Nei primi anni del 900 i vertici del Siviglia sono in subbuglio; un giovanissimo ragazzo, molto abile a giocare a pallone tra le strade della città, viene scartato senza nessun motivo dalla dirigenza biancorossa. Anzi no, forse un motivo c’è: il giovane atleta è figlio di operai.

Già da alcuni anni la popolazione aveva ampiamente capito la linea di condotta della società: il Siviglia non è per tutti. L’altezzosità britannica dei suoi fondatori aveva inevitabilmente fatto capolino negli alti vertici societari. Il Siviglia non è una squadra di calcio, ma di football inglese. E soprattutto, la camiseta rojoblanca non può essere indossata dai plebei.

Metà della dirigenza non ci sta: i consiglieri ribelli lasciano il club e decidono di fondare un nuova squadra. Senza nomi britannici nella denominazione: e quindi non football ma Balompiè. Senza riferimenti all’odiato nome di Siviglia: e quindi non Sevilla, ma Betis, il nome latino del Guadalquivir, il fiume che divide la città. Ma soprattutto, senza distinzioni di classi sociali. Nel 1907 nasce il Real Betis Balompiè. La società ha un palmares molto più scarno di quello dei rivali: uno scudetto spagnolo e due coppe del Re sono i titoli annoverati nella loro bacheca.

L’odio

Di origine inglese, aristocratici, dalla spiccata tradizione europea. Supportata da una curva fieramente antifascista, antirazzista e indipendentista. Questo è il Siviglia. Ora, per capire il clima tra i due storici club, andiamo ad elencare le caratteristiche della controparte.

Ripudio della discendenza britannica del calcio a Siviglia, tanto da coniare il termine Balompiè pur di non dire football. Apertura ad ogni ceto sociale. Rispetto per la Corona. Considerato come uno dei club più “a destra” della nazione. Esto es Real Betis. Basterebbero probabilmente queste differenze per spiegare un odio che ha lacerato e divide tutt’oggi il capoluogo dell’Andalusia. Aristocratici vs plebei, nulla sembra essere cambiato dai primi del 900.

Il primo grande screzio tra questi due mondi è datato 1945. Il Betis attraversa una crisi economica senza precedenti e si vede quindi costretto a vendere il loro giocatore simbolo, il centrale difensivo Francisco Antunez ai rivali cittadini. Nei giorni seguenti Siviglia viene messa a ferro e fuoco dai sostenitori del Betis. Al grido di Viva el Betis manque pierda (nonostante perda), i supporters biancoverdi implorano per giorni la dirigenza del club a fare dietrofront nella trattativa di cessione di Antunez. Tutto inutile. L’anno seguente il Betis subì l’onta della retrocessione e il Siviglia vinse il campionato. Con Antunez titolare, claro.

Flamenco, ma solo per turisti

Tranquilli, ovviamente Siviglia resta la patria del celebre ballo spagnolo. Ma nei locali della città, a dispetto delle dicerie e dei luoghi comuni (sempre loro, simili a quelli di inizio articolo), non si balla solo il flamenco in armonia e amicizia. Al massimo quello è uno spettacolo per turisti.

Davanti ad una cerveza (magari a volte più di una) la battaglia tra tifosi è costante, continua, tagliante. Perché da una parte si deve tifare Siviglia, la prima squadra cittadina, la più vincente, la più europea. Dall’altra si deve tifare Real Betis per contrastare l’aria da aristocratici dei cugini. A qualsiasi costo. Anche a fronte di poche vittorie. D’altronde, viva el Betis manque pierda, no?

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