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Espanyol: la “maravillosa minoría” di Barcellona

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Espanyol: la “maravillosa minoría” di Barcellona che aspetta il suo momento di gloria

L’identificazione tra città e club è qualcosa di ovvio e scontato in alcune realtà. In altre è piuttosto tema di dibattito e avversione tra schieramenti opposti. Prendete le nostre Milano, Genova, Roma. Grandi città divise da due forti anime contrapposte. Che dire poi di Londra, la città più divisa e frammentata calcisticamente del panorama europeo.

Non mancano esempi anche nella prima casistica in questione. Perché se pensi a Parigi immagini Verratti e Mbappè: ici c’est Paris recita il motto del Psg. E con grande rispetto per il Monaco 1860, ma se si pensa al capoluogo della Baviera si sta già volando sulle fasce dell’Allienz Arena con Robben e Ribery (ci scuseranno i tifosi del Groningen e della Fiorentina). E così, se si pensa a Barcellona, immaginiamo subito i blaugrana. Messi, Ronaldinho, Iniesta, Xavi, Raul Tamudo … No aspettate, chi era quest’ultimo? Ah già, a Barcellona non esiste solo il Barça . Avete mai sentito parlare dell’Espanyol?

Vivere all’ombra

Con sole quattro coppe del Re conquistate nella propria storia, l’Espanyol è senza dubbio la seconda squadra di Barcellona dopo l’odiato Barça. E lo diciamo senza nessun timore: gli stessi tifosi biancoazzurri ne sono ben consapevoli. La differenza di palmares è d’altronde imbarazzante; elencare i trofei vinti dai blaugrana ci sembra un mero esercizio di sadismo nei confronti della squadra protagonista di questo articolo.

Tifare Espanyol nella città catalana è esercizio di coraggio e temperamento. Il discorso non si esaurisce certo nel concetto “deboli contro forti”, altrimenti staremmo qui a parlare di uno dei tanti derby sparsi per il Vecchio Continente. No, non è solo questo il punto. Tifare Barça a Barcellona è una fede. Calcistica, quasi religiosa. Ma soprattutto politica.

I blaugrana rappresentano da sempre la ribellione catalana contro il governo centrale di Madrid. È lotta senza quartiere alla Castiglia, alla Capitale. Al Re stesso. È orgoglio catalano, è la convinzione di non essere spagnoli ma altro. La battaglia separatista a Barcellona è una delle più forti e turbolente d’Europa. I nostri concetti di Padania o Regno Borbonico sono mera fuffa in confronto a ciò. Qui si parla di scontri, di feriti, di morti, di arresti. Di tentativi di secessione un giorno si e l’altro pure. Si tratta di fischiare la Roya, un qualcosa che nel Belpaese è raro e deprecabile. In Catalogna è consuetudine.

E dunque, ogni vero e fiero catalano tifa Barcellona. E nella folla di blaugrana, sostenere l’Espanyol è dura. Si vive all’ombra di un cugino ingombrante sotto tutti i punti di vista: calcistico, mediatico, politico e addirittura spirituale, visto che per i tifosi rivali il Barça “es Mas que un club”. Ma dunque, come si fa tifare Espanyol?

Verità o falsità storica?

I tifosi del Barcellona vedono i cugini come veri e propri infiltrati monarchici. Questo perché il piccolo club, nato appena un anno dopo di loro, ha sempre avuto posizioni molto moderate in tema di secessione e indipendenza da Madrid. Lo sfottò, o nelle peggiori ipotesi, l’accusa, è quella di non essere veri catalani. Ma a difesa dei tifosi appartenenti alla “Maravillosa minoría” (tranquilli, torneremo sul motto tra pochissimo) c’è da dire che lo sfottò è vero solo a metà.

Analizziamo il nome completo del club: Reial Club Deportiu Espanyol de Barcelona. Il primo nome dà sicuramente ragione all’odio del Barça. Il termine Real indica la chiara accettazione della supremazia del Re nel paese e la discendenza, appunto, reale del club. Anche il nome Espanyol, Spagnolo, non piace agli oppositori per ovvie ragioni. Ma il nome della squadra, come si può vedere, non è scritto nella lingua madre (o matrigna, dipende dalle vostre simpatie). Il nome è in catalano.

L’Espanyol, e quindi i suoi tifosi, sono catalani, fieramente e orgogliosamente catalani anzi. La bandiera all’interno dello stemma, la fascia di capitano identificativa con i colori della regione. Tutto nel piccolo club parla di amore verso la Catalogna. Pensate poi che la squadra nacque proprio per difesa verso la propria terra. Agli inizi del 900 il Barcellona, fondato dallo svizzero Gamper, era favorevole all’inclusione di giocatori stranieri nel club. Fu proprio l’Espanyol invece a rivendicare l’appartenenza catalana: la società voleva tesserare solo giocatori nati e cresciuti nella regione. Il caso assurdo della storia volle poi che i separatisti, spinti forse anche dalla differenza di appeal, scelsero il Barcellona come squadra indipendentista per antonomasia, dimenticando le origini e le intenzioni rigide e orgogliose dell’Espanyol.

La differenza con i tifosi culès, i tifosi del Barça, non sta quindi in una contrapposizione di ideologia come erroneamente alcuni credono. Entrambe le compagini portano fiere i colori catalani. Ma i supporters di una della squadre più titolate al mondo vogliono ed esigono l’indipendenza della loro terra; i biancoazzurri rivali vogliono invece solo più autonomia, ma comunque nel rispetto e sotto l’influenza della Corona. In realtà quindi stiamo parlando di due mondi simili che vogliono la stessa cosa: ma in una modalità così tremendamente diversa da provocare odio e avversità.

El Tamudazo

L’orgoglio catalano dei tifosi biancoazzurri è primario, ma comunque inferiore all’odio per i culès. Costi quel che costi, ogni anno il sogno più grande di un supporter dell’Espanyol è rovinare la festa ai cugini. Come nel caso della stagione 2006/07.

Nell’ultima giornata di campionato, il Real Madrid e il Barcellona sono a pari punti in classifica, ma in caso di arrivo a pari punti a vincere il campionato sarebbero le Merengues per la differenza reti. I Blancos strapparono un soffertissimo pareggio a Saragozza. Il Barcellona sfida proprio gli odiati rivali dell’Espanyol. Derby che, dopo il gol di Messi, sembra appannaggio dei culès, con vittoria della Liga annessa. Ma il pareggio di Raul Tamudo rovina la festa ai blaugrana. Il derby si conclude con un 1-1 rovente e feroce. Il Real si laurea campione di Spagna e a far festa a Barcellona è solo la maravillosa minoría (ecco, a breve vi spieghiamo, promesso).

Il 2006/07 passa alla storia come El Tamudazo e Raul Tamudo diventa un eroe per i tifosi dell’Espanyol. L’attaccante era già un idolo per il popolo biancoazzurro grazie ai suoi gol, ma vuoi mettere negare la gioia a quelli là? Roba da restere per sempre nei cuori di ogni supporter del piccolo club.

Maravillosa minoría

Ecco, come promesso. I tifosi dell’Espanyol, come vi dicevamo all’inizio, non hanno nessun problema a riconoscere il Barcellona come squadra più famosa, più conosciuta, più vincente della città. Anche più rappresentativa, dato che la stragrande maggioranza dei cittadini sostiene il Barça.

I turisti stessi, linfa vitale per il capoluogo della Catalogna, vogliono visitare la città per il mare, la Sagrada Família, le Ramblas. Ed il leggendario Camp Nou. Ma loro, i tifosi dell’Espanyol, ci sono eccome. Si definiscono pochi ma meravigliosi. Una maravillosa minoría, appunto. Una minoranza che aspetta solo il suo momento di gloria. O, mal che vada, un altro Tamudazo.

Basta che non vinca il Barça.

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