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Vittorio Pozzo, fascista per convenienza o per convinzione?

Il calcio non è solo notizie dell’ultima ora e bombe di mercato. E’ una passione che si intreccia con la nostra storia. Con questo articolo inizia la collaborazione con Coast2Coast, un blog di giovani appassionati che annodano i fili dello sport a 360° e comincia lo sguardo di paolobargiggia.it sulle “storie” del calcio. Il primo appuntamento è con Vittorio Pozzo, mitico allenatore della Nazionale di calcio, vincitore di due Mondiali.

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Più ancora che Piola e Meazza, Vittorio Pozzo fu l’uomo copertina del calcio fascista italiano. Ciò limitò anche la sua carriera nel secondo dopoguerra. Ma quanto realmente lo storico c.t. azzurro aderì alle idee mussoliniane?

Un saluto romano contro i fischi francesi

5 giugno 1938. L’Italia fa l’esordio al terzo Mondiale della storia, quello francese. Gli Azzurri si presentano da campioni in carica, dopo aver trionfato quattro anni prima nell’edizione giocata in casa. Di fronte un avversario che si rivela ben più ostico del previsto: la Norvegia, infatti, si arrende solo ai supplementari. L’episodio che più ci interessa, però, avviene pochi minuti prima del fischio di inizio.

Sugli spalti del Vélodrome di Marsiglia, sede dell’incontro, si sono riuniti circa 10.000 antifascisti. In gran parte sono francesi, ma tra loro trovano posto anche molti italiani costretti all’espatrio. Quando la Nazionale, come da prassi dell’epoca, esegue il saluto romano durante la riproduzione dell’inno, il pubblico di parte inizia a fischiare sonoramente. La risposta di Vittorio Pozzo, però, è altrettanto ferma. Il c.t. intima ai suoi giocatori di tendere nuovamente il braccio e non abbassarlo prima della fine delle rumorose contestazioni. Come dichiarerà poi in un secondo momento, “la battaglia intimidatoria è vinta, e si può giocare quella sportiva”.

Nel turno successivo, l’Italia affronta i padroni di casa a Parigi. La contestazione è non meno feroce, complice anche la divisa integralmente nera con cui la selezione di Pozzo scende in campo, né aiutano le relazioni politiche tra i due paesi. Dopo un decennio di rapporti accettabili, il regime di Mussolini si è ormai fatalmente legato ad Hitler e rappresenta una minaccia pressante per la Francia.

Senza trascendere ulteriormente in questioni extracalcistiche, il Mondiale del 1938 rappresenta probabilmente il momento di maggior avvicinamento di Pozzo all’iconografia e ai simboli del fascismo. Ma quanto è realmente profonda l’identificazione del più vincente c.t. della storia della Nazionale con i valori fondanti di questa dittatura?

La nascita di un sodalizio vincente

Iniziamo precisando che il legame tra Vittorio Pozzo e la selezione italiana vede la luce ben prima dell’avvento del fascismo. Nel 1912 e nel 1924 siede sulla panchina azzurra in occasione delle due Olimpiadi di quegli stessi anni. È un calcio diverso da quello moderno: il c.t. accompagna la squadra e, non appena termina il torneo, lascia l’incarico di guida tecnica per tornare al suo “vero” lavoro. Nel caso di Pozzo, un incarico di dirigente alla Pirelli.

primi accenni di un professionismo calcistico a noi più familiare si delineano proprio con la salita al potere di Mussolini. Il calcio rappresenta uno strumento retorico e propagandistico interessante per il nuovo regime, che pertanto avvia una profonda opera di riforma dell’intero sistema. Nel 1929 Leandro Arpinati, il gerarca delegato a tale ricostruzione, decide di affidare l’incarico di c.t. unico e permanente proprio a Pozzo. Non si tratta di una nomina come tante: la Nazionale, secondo i piani delle istituzioni, deve divenire nel più breve tempo possibile il fiore all’occhiello dell’Italia fascista.

Pozzo si ritrova diverse agevolazioni mancate ai suoi predecessori. Innanzitutto, già da tre anni la Carta di Viareggio aveva vietato ogni tesseramento di calciatori stranieri. Ciò permette al c.t. di avere a disposizione un intero campionato di convocabili. Inoltre, alcuni provvedimenti ad hoc consentono ai giocatori oriundi, ovvero discendenti di italiani nati all’estero, di rientrare in Italia e scendere in campo con la maglia della Nazionale.

La retorica del “figliol prodigo costretto all’emigrazione”, che ora può finalmente far ritorno in una patria “non più ingrata”, fa comodo anche al regime. A sostenere economicamente i costi di questa operazione di rientro sono però i singoli club, che offrono contratti faraonici per l’epoca. Giocatori come GuaitaOrsi e Monti si sono già pienamente affermati nel calcio sudamericano, allora assai più competitivo, e possono spostare gli equilibri nel campionato italiano. Pozzo, comprensibilmente, si sfrega le mani.

I trionfi di Vittorio Pozzo

La nuova Italia, così costruita, impiega pochissimo tempo per decollare. Nel 1930 trionfa in Coppa Internazionale, imponendosi sulle nazionali danubiane (all’epoca, il meglio che il calcio continentale europeo poteva offrire). Per motivi logistici non prende parte al primo, storico Mondiale tenutosi lo stesso anno. Riesce però ad aggiudicarsi l’organizzazione della seconda edizione.

Mussolini non solo prepara l’evento del 1934 nei minimi dettagli, ricevendo attestati di stima dalla FIFA e dalla stampa internazionale, ma può anche godersi la vittoria finale della sua Nazionale. La squadra di Pozzo si distingue per la sua grinta e la sua aggressività, ma anche per l’ottimo spettacolo tecnico offerto.

Ogni critica alla condiscendenza arbitrale nei confronti del gioco violento dei padroni di casa viene fugata dai successi nella Coppa Internazionale del 1935 e nel torneo olimpico del 1936. Soprattutto, l’Italia di Pozzo si riconferma anche ai Mondiali francesi del 1938 sopra citati, vincendo il secondo titolo consecutivo. Un ciclo di successi difficilmente eguagliabile per qualsiasi altro c.t. italiano in futuro.

La retorica di Pozzo in Nazionale

Qual è stato il segreto della gestione pluripremiata di Pozzo? Alcuni cronisti hanno posto l’accento sul modulo e sul sistema di gioco della sua Italia, altri hanno preferito guardare alle individualità di cui disponeva, altri ancora hanno invece studiato il suo stile comunicativo. Quest’ultimo approccio ci può essere utile anche per capire quanto effettivamente il c.t. azzurro sia stato influenzato dall’ideologia di regime.

Grazie agli studi di numerosi storici, sappiamo per certo che Pozzo aveva militato negli alpini durante la Prima Guerra Mondiale e che nutriva una grande fiducia nella retorica bellicista e nazionalista. Amava preparare gli incontri di calcio come delle vere e proprie battaglie, attingendo a questo repertorio discorsivo per caricare i suoi “guerrieri”. I fatti marsigliesi del 1938 lo dimostrano.

Detto ciò, sappiamo anche che in realtà tutto ciò era un linguaggio psicologico “di spogliatoio”. Nelle dichiarazioni alla stampa rilasciate sia durante che dopo l’esperienza fascista, Pozzo non ha mai mostrato chissà quale partecipazione alle celebrazioni di regime, né ha mai preso nettamente posizione in merito alle pressioni di Mussolini. Come diversi altri colleghi costretti a lavorare in un contesto dittatoriale, ha sempre cercato di scindere le questioni prettamente sportive da quelle politiche e sociali, per permettere alla sua squadra di lavorare più serenamente.

Il destino dell’allenatore dopo il fascismo

Le posizioni diplomatiche di Pozzo, così come le prove di una collaborazione con il Comitato di Liberazione Nazionale, gli sono valse la riconferma anche dopo la caduta del regime. Qualcosa, però, si è incrinato. Non a caso, già nel 1948 il c.t. viene sollevato dal suo incarico. Apparentemente, la causa sarebbe l’ennesima pesante sconfitta subita dai “maestri” inglesi (0-4).

Gli storici hanno tuttavia individuato anche altre motivazioni. La figura di Pozzo è troppo intrecciata con le fastose celebrazioni dell’apogeo fascista degli anni Trenta per passare indolore attraverso gli sconvolgimenti del dopoguerra. Effettivamente, da quel 1948 in poi l’ormai ex c.t. scivola gradualmente nelle retrovie della FIGC per poi abbandonare il mondo del calciosenza destare il rumore che ci si aspetterebbe intorno ad una figura del suo calibro.

Nel 1968, quando Pozzo muore all’età di 82 anni, il minuto di silenzio in suo onore prima di tutte le gare di Serie A viene disatteso dai fischi di diverse tifoserie. La memoria collettiva italiana non ha ancora saputo scindere la figura del tecnico dal contesto fascista in cui si è trovato a lavorare. E del resto, nonostante un’opera di comunicazione volta a riabilitare in chiave moderata l’immagine di Pozzo, ancora oggi il ricordo dedicato al più grande c.t. della storia della Nazionale rimane piuttosto sfocato.

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